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03/07/09

A pesca di fossili umani

Le gelide acque del Mare del Nord nascondono i resti dei nostri cugini neandertaliani. E’ ciò che hanno scoperto alcuni ricercatori di Leiden scandagliando il fondale marino a 15 chilometri dalla costa olandese. Si tratta del primo ritrovamento di un fossile umano che si è conservato per decine di migliaia di anni sotto il mare: un frammento della parte frontale sopraorbitale di un cranio di un giovane adulto di sesso maschile appartenuto, secondo Jean-Jacques Hublin dell’Istituto Max Planck in Germania, a questo nostro parente ormai estinto.

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Il frammento è stato rinvenuto insieme a numerose altre ossa di animali e utensili, quali asce di pietra. L’analisi isotopica condotta sul collagene estratto dal tessuto osseo ha consentito di stabilire che la sua dieta era stata esclusivamente carnivora. Ciò che non si è potuto invece fare è confermare la sua età (che secondo la stimata archeologica dovrebbe risalire a circa 60.000 anni fa) attraverso il metodo del radiocarbonio in quanto la percentuale di collagene recuperato era troppo scarsa per procedere con la datazione.

Christopher Stringer, del Museo di Storia Naturale di Londra, che ha partecipato alla ricerca è convinto che il fondale del Mare del Nord nasconda un vero e proprio tesoro del nostro passato e che “sarebbe meraviglioso possedere la tecnologia per portarlo alla luce”. E in effetti alcuni pescatori si stanno già attrezzano in tal senso per catturare fossili invece che pesci nelle loro reti.

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10/06/09

Ridiamo come le scimmie

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  Nonostante l’evoluzionismo darwiniano abbia privato il racconto creazionista dell’origine della vita di ogni validità scientifica, una parte consistente dell’umanità ha opposto e oppone non poche resistenze all’idea che tutto quello che siamo ci viene dall’evoluzione. Si rifiuta insomma di accettare che l’uomo ha la sola natura che l’evoluzione ha plasmato. E la radice di tutto quello che siamo si ritrova negli altri primati.

L’ultima prova che non ci sono “rubiconi” tra noi e le scimmie antropomorfe viene dal ridere. Proprio così. A lungo abbiamo ritenuto che le antropomorfe ridessero solo come riflesso di imitazione e non già come risposta involontaria a uno stimolo. E lo stimolo in questione può essere il solletico. Ora però gli esperimenti di Marina Davila Ross, dell’università di Portsmouth in Inghilterra, hanno dimostrato il contrario. Alcuni piccoli di orango, di gorilla e di scimpanzé sono stati solleticati allo stesso modo di alcuni  nostri piccoli. E la risposta è stata sorprendente. Le antropomorfe soffrono il solletico come noi e se solleticate rispondono ridendo.

Quel comportamento che osserviamo nei nostri piccoli quando giochiamo con loro solleticandoli e che diverte sia noi che loro, come dimostra il fatto che non solo accettano di buon grado il solletico ma anzi lo richiedono per lasciarsi andare a sonore risate, lo abbiamo ricevuto in eredità condivisa con le antropomorfe dall’antenato comune. Un antenato che è vissuto circa 14 milioni di anni fa.

Dal momento che la risata è comparsa nel mondo assai prima della nostra nascita e che ogni specie ha una sua propria modalità sonora, la Ross è convinta che la risata si sia andata evolvendo e che le antropomorfe utilizzino quel suono per interagire tra loro. Esattamente come facciamo noi.

I risultati di questi studi sono certamente di straordinaria importanza per le ricerche future sulle emozioni: nostre e delle antropomorfe.

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07/06/09

Anoiapithecus brevirostris: un primate miocenico dall’aspetto moderno

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Anoiapithecus brevirostris è il nome scientifico attribuito al fossile di primate ominoide di sesso maschile di 11,9 milioni di anni fa, rinvenuto nel 2004 nel ricco sito fossilifero di els Hostalets de Pierola in Spagna e le cui caratteristiche anatomiche sono state descritte in un articolo pubblicato online sui Proceedings of the National Academy of Sciences il 1 giugno. Lo studio, condotto da una equipe di paleoantropologi dell’Università autonoma di Barcellona e a cui hanno partecipato anche ricercatori italiani, ha messo in luce delle interessanti peculiarità morfologiche del nuovo genere: una morfologia della faccia estremamente moderna, caratterizzata da un ridotto prognatismo (ossia una faccia piatta e corta, da cui deriva il nome specifico brevirostris) paragonabile solo a quello del genere Homo, associata con tratti più primitivi come il forte spessore dello smalto dei denti, la morfologia delle cuspidi dentarie globose, e la mandibola robusta. La straordinaria somiglianza con il nostro genere non significa ovviamente che ci sia una relazione diretta tra Homo e Anoiapithecus ma piuttosto che si tratti di convergenza evolutiva, il fenomeno per il quale due specie che si sono evolute indipendentemente possono condividere caratteristiche comuni se sottoposte alle stesse pressioni selettive.

Il reperto, soprannominato Lluc, ha fornito delle importanti informazioni per chiarire alcuni dei punti chiave che riguardano l’origine geografica degli Hominidae, la famiglia zoologica che comprende l’uomo, le grandi scimmie antropomorfe africane (scimpanzé e gorilla) e per alcuni studiosi anche l’orango, l’antropomorfa asiatica. Diversi ricercatori ritengono che le kenyapitecine, un gruppo di ominoidi vissuti nel Miocene medio, all’incirca nello stesso periodo dell’Anoiapithecus, in Africa ed Eurasia, possano essere il gruppo ancestrale da cui tutti gli ominidi moderni si sono differenziati. Lo studio dettagliato di Lluc ha mostrato che alcune delle sue caratteristiche primitive sono simili a quelle di un altro gruppo di ominoidi primitivi del Miocene medio africano, le afropitecine, mentre altre lo accomunano alle kenyapitecine che si ritiene si siano disperse fuori dall’Africa per andare a colonizzare l’area mediterranea attorno a 15 milioni di anni fa. Da ciò il gruppo di Barcellona ha ipotizzato che gli ominidi potrebbero originariamente essersi irradiati in Eurasia a partire da antenati kenyapitecini di origine africana. Successivamente, gli antenati delle grandi antropomorfe africane e dell’uomo potrebbero essere ritornati in Africa. Questa ipotesi è tuttavia ancora molto controversa, e gli stessi autori dell’articolo non escludono completamente lo scenario che i gli oranghi e altre forme ad essi collegate, da un lato, e le antropomorfe africane e gli ominini, dall’altro, evolsero rispettivamente in Eurasia e in Africa a partire da differenti antenati kenyapitecini.

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03/06/09

La Venere di Hohle Fels

Imagesvenere La grotta di Fels (Hohle Fels), nei pressi della cittadina tedesca di Schelklingen, ha restituito nel settembre del 2008 una piccola statuina femminile scolpita nell’avorio di una zanna di mammut. Il rinvenimento è stato operato da Nicholas J. Conard, dell'Istituto di Studi Preistorici dell'Università di Tübingen, che ne ha dato notizia su Nature del 14 maggio. Si tratta dell’esempio più antico finora conosciuto di scultura femminile paleolitica, la cui datazione è stata fissata fra 31.000 e 40.000 anni fa. La famosa “Venere di Willendorf” infatti risale a non oltre 22.000-24.000 anni fa. La “Venere di Hohle Fels” presenta alcuni tratti assolutamente originali rispetto ai modelli posteriori. E tra essi l’assenza della testa, sostituita sopra le spalle da un piccolo anello. Le braccia poi sono corte e le mani, scolpite con estrema precisione tanto da rendere identificabili le dita, sono appoggiate sul ventre sotto il seno voluminoso – segno inequivocabile di fertilità. Completano la figura delle linee orizzontali che tendono a richiamare il drappeggio di un abito.

La “Venere di Hohle Fels” è un’ulteriore dimostrazione che le capacità artistiche della nostra specie non sono affatto recenti, come per molto tempo si era ritenuto. Esse invece ci hanno accompagnato fin dalla nostra nascita. E molto verosimilmente hanno accompagnato anche la vita di altre specie ominine più antiche.

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Ida: un primate di 47 milioni di anni

Images 2 Nei sedimenti dell’Eocene medio di Messel in Germania è stato rinvenuto, forse nel 1983, uno scheletro completo di un primate risalente a 47 milioni di anni fa. Il fossile era stato riportato alla luce da collezionisti privati e diviso in due parti: finite l’una in un museo privato del Wyoming e l’altra nel Museo di Storia Naturale dell’Università di Oslo.

Lo studio appena terminato del fossile, a cui è stato assegnato il nome scientifico Darwinius masillae e il nomignolo Ida (dal nome della figlia di uno dei giovani ricercatori del gruppo che ha ricomposto il fossile ed effettuato le indagini scientifiche), ha mostrato che la creatura era una giovane femmina appartenente al gruppo tassonomico degli adapoidi. E l’importanza della scoperta sta nel fatto che due sue caratteristiche particolari legate al grooming, la mancanza sia del toilet claw, un’unghia ad artiglio presente nel secondo dito dei piedi, che del “pettine dentale”, formato dall’unione degli incisivi e dei canini dell’arcata inferiore, hanno convinto i ricercatori che non si tratti di un semplice fossile di lemure ma di una forma verosimilmente collegata alle successive scimmie e scimmie antropomorfe.

Inoltre, Ida aveva le unghie invece degli artigli e l’analisi della parte dello stomaco rinvenuta anch’essa fossilizzata ha mostrato che si nutriva di frutta e foglie.

Lo studio di questo straordinario fossile è stato pubblicato da Jens L. Franzen su PLoS ONE di Maggio 2009.

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07/05/09

Ultime notizie sull'uomo di Flores

Evolution_1903_wideweb__430x328,1[1] In un convegno tenutosi presso l’Università di Stony Brook N.Y. alla fine di aprile, gli scienziati hanno fatto il punto della situazione sull’uomo di Flores (“hobbit” come è stato soprannominato), uno dei più enigmatici rappresentanti del nostro albero evolutivo, l’ominino che William Jungers ha definito “il cigno nero della paleoantropologia, del tutto imprevedibile e inesplicabile”.

Nonostante ci siano ancora controversie, la maggior parte dei ricercatori è concorde nel ritenerlo una specie ominina distinta e molto più primitiva di Homo sapiens. Anche i più scettici, tra cui il noto paleoantropologo Richard Leakey, sostengono che le più recenti evidenze fortemente rinforzano la possibilità che il fossile di Flores rappresenti una nuova specie.

Durante il simposio uno degli scopritori,  l’archeologo dell’Università australiana di Wollongong Michael Morwood, ha sostenuto che l’analisi della strumentazione litica indica che i primi ominini giunsero sull’isola di Flores almeno 880.000 anni fa e che questi sarebbero i diretti antenati degli hobbits anche se ad oggi non è stata ancora trovata alcuna traccia delle loro ossa ed i più antichi resti scheletrici dell’umanità moderna risalgono a non prima di 11.000 anni fa. Comunque si continua a scavare a Liang Bua dove i primi resti vennero alla luce e l’indagine verrà presto estesa sia ad altri siti che alle isole vicine.

Peter Brown, il paleoantropologo dell’Università di New England in Australia un’altro degli scopritori, ha dimostrato la peculiarità anatomica dell’ominino: i primi premolari in particolare sono più grandi dei nostri e la forma della corona e delle radici è totalmente diversa da quella di noi sapiens e da quella di H. erectus, l’unico nostro antenato fino ad ora rinvenuto in Asia in quel periodo. Inoltre, nessuna patologia o anomalia della nostra specie potrebbe aver prodotto quelle caratteristiche.  Subito dopo la scoperta, Brown e colleghi sostennero che gli hobbit sarebbero stati i discendenti di Homo erectus, che aveva popolato l’arcipelago indonesiano, e che avrebbero evoluto le minute caratteristiche anatomiche a causa della vita isolata sull’isola: il fenomeno del nanismo insulare che provocherebbe nel corso del tempo la forte diminuzione di taglia di grandi specie in risposta a ridotte risorse alimentari. Gli scienziati ora hanno rifiutato quell’ipotesi in quanto il nanismo riduce la statura ma non il volume celebrale e inoltre l’uomo di Flores presenta caratteristiche anatomiche molto primitive e non assomiglia affatto ad un erectus. L’analisi delle ossa del polso ha dimostrato chiaramente una maggiore somiglianza con le scimmie antropomorfe che con noi o con i neandertaliani indicando che la linea evolutiva del nuovo ominino si sarebbe distaccata dalla nostra almeno uno o due milioni di anni fa. Pertanto, se la maggior parte delle prove indica che siamo di fronte ad una nuova specie la domanda che si fa sempre più incalzante è: da chi è derivata e da dove proviene questa popolazione di piccolissimi omini? Se l’hobbit rappresenta una regressione verso i primissimi ominini allora bisognerebbe ricorrere ad un’evoluzione inversa, fenomeno non ancora descritto nei mammiferi. Per altri l’ominino di Flores discenderebbe da antichi migranti di piccole proporzioni corporee che avrebbero anticipato l’uscita fuori dall’Africa di Homo ergaster. Tra i possibili candidati si annovera Homo habilis il primo rappresentante del nostro genere che compare in Africa 2,5 milioni di anni fa o addirittura qualche specie pre-Homo attribuibile al genere Australopithecus. Infatti, non sono pochi coloro che hanno riscontrato molte somiglianze nella struttura scheletrica tra floresiensis e l’Australopithecus afarensis, la specie vissuta in Africa orientale tra 4 e 3 milioni di anni fa e il cui rappresentante più famoso è Lucy, lo scheletro quasi completo trovato in Etiopia da Donald Johanson nel 1974.

L’idea che gli antenati dell’uomo di Flores possano aver raggiunto l’Asia un milione di anni prima di erectus ci costringerebbe ad abbandonare la vecchia immagine dell’Homo ergaster, un ominino dai lunghi arti inferiori e con le proporzioni corporee simili alle nostre, che per la prima volta abbandona la culla Africana per spingersi nel resto del Vecchio mondo. E sempre più si fa strada l’idea che la migrazione dei nostri antenati fuori e verso l’Africa sarebbe potuta avvenire diverse volte nel corso della nostra storia evolutiva, proprio come è successo per altri mammiferi. 18-10ASSWDCC00[1]

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03/05/09

Le popolazioni geografiche neandertaliane

Neandertal

La storia dell’uomo di Neandertal ha costituito, e costituisce, un capitolo tra quelli di maggior interesse per gli antropologi. E lo sviluppo dell’antropologia molecolare ha consentito di risolvere il problema del rapporto filogenetico tra quegli antichi ominini e noi (non sono i nostri antenati diretti, quindi loro e noi non siamo due sottospecie della medesima specie – Homo sapiens neanderthalensis e Homo sapiens sapies – ma due specie distinte: Homo neanderthalensis e Homo sapiens); e di affrontare lo studio di altre rilevanti questioni, come il colore della loro pelle e dei loro capelli e il tipo di linguaggio di cui erano portatori. L’analisi del gene MC1R sembra indicare che almeno alcuni di essi dovevano avere una carnagione chiara e una capigliatura rossa, proprio come alcune popolazioni del nord Europa. E il gene FOXP2 sembra suggerire che essi fossero in possesso di un linguaggio articolato piuttosto complesso.
Ora tre ricercatrici del Laboratorio di Antropologia del CNRS presso l’Università di Marsiglia, Virginie Fabre, Silvana Condemi e Anna Degioanni, hanno fornito una risposta alla domanda se i neandertaliani fossero una specie omogenea o divisa in popolazioni che mostravano un certo livello di variabilità genetica. Le ricercatrici hanno ripreso i dati relativi alla sequenza dell’mtDNA analizzata in 12 neandertaliani e hanno rilevato che la specie doveva essere suddivisa in 4 grandi popolazioni. Le tre già note su base morfologica – quelle dell’Europa occidentale, dell’Europa meridionale e del Medio Oriente – e una quarta che abitava le regioni dell’Asia occidentale.
Le scienziate, che hanno pubblicato i risultati della ricerca su PLoS ONE del 15 aprile, hanno suggerito che la variabilità genetica riscontrata potrebbe essere interpretata come conseguenza delle particolari condizioni climatiche esistenti durante il medio Pleistocene.

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29/03/09

La vera età dell'uomo di Pechino

Homo Erectus

I ricecrcatori della Purdue University e della China's Nanjing Normal University hanno ridatato il sito archeologico di Zhoukoudian, in China, dove erano stati riportati alla luce i resti dell’uomo di Pechino. Le precedenti datazioni avevano fornito stime comprese tra 500.000 e 230.000 anni fa. Ma la nuova ricerca ha spostato tutto indietro di circa 200.000 anni. E precisamente tra 780.000 e 680.000 anni fa.

Il risultato è stato raggiunto grazie a un nuovo metodo messo a punto da Darryl Granger, professore di scienze della terra e atmosferiche, che si basa sul decadimento radioattivo del quarzo e prende in considerazione gli isotopi alluminio-26 e berilio-10. Il metodo quindi non necessita di materiale di origine vulcanica. E proprio questa caratteristica lo ha reso utile a Zhoukoudian, perché lì non c’è quel materiale.

I risultati della ricerca sono stati appena pubblicati su Nature, e sembra proprio che possano aprire una nuova stagione utile per la paleoantropologia. Dato che ci sono molti siti che hanno restituito resti ominini e che sono privi di rocce vulcaniche.

La nuova età dell’uomo di Pechino, che lo pone in un intevallo glaciale, suggerisce che l’ominino doveva essersi adattato a un clima piuttosto rigido.

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14/02/09

La prima bozza del genoma di Neandertal

Blog Il 12 febbraio 2009 (la scelta della data non è di certo casuale) è stato annunciato, durante l’Annual Meeting of the American Association for the Advancement of Science (AAAS), che il Max Plank Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, insieme con la company 454 Life Sciences, ha posto una nuova pietra miliare nella ricerca sui neandertaliani: la sequenza di più di 3 miliardi di coppie di basi del DNA di Neandertal fornendoci una prima bozza del genoma completo di questo nostro cugino. Svante Pääbo, direttore dell’Istitituto del Max Plank, da anni sta portando avanti il progetto di decifrare, grazie alla tecnologia 454 e ad una nuova tecnologia la Solexa che è particolarmente efficiente per leggere corte sequenze di DNA, il DNA nucleare di animali pleistocenici, come i mammut e i neandertaliani. Ed oggi, dopo aver dovuto superare un gran numero di ostacoli tecnici, è arrivato all’importante traguardo di poter leggere e decifrare l’intero genoma di una specie estinta del nostro genere, Homo. Al fine di poter pubblicare i risultati dell’analisi entro la fine di quest’anno, come aveva già promesso nel 2006, Pääbo ha istituito un consorzio di ricercatori di tutto il mondo al fine di studiare quei geni che hanno un particolare interesse per comprendere l’evoluzione della nostra specie, come il FOXP2 collegato con il linguaggio o il locus della microcefalina-1 e quello Tau implicati nei processi di sviluppo e invecchiamento del cervello. I dati preliminari non fanno altro che confermare che Neandertal ha contribuito al massimo una piccolissima frazione alla variabilità genetica delle popolazioni umane contemporanee. Più la ricerca avanza e più Neandertal si conferma un ramo secco del nostro albero evolutivo, un nostro parente che si è estinto circa 28.000 anni fa senza evolvere nell’uomo moderno.

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07/02/09

Un francobollo per Darwin

Darwin Il 12 febbraio le Poste Italiane emetteranno un francobollo per commemorare i 200 anni della nascita di Charles Darwin. Finalmente!

Si tratta di un’iniziativa assai lodevole, che colma la dimenticanza di non averla assunta in precedenza. L’unico rammarico riguarda la figura che accompagna il volto di Darwin: la vecchia immagine dell’evoluzione dalla scimmia piegata all’uomo dritto. Si tratta di un’immagine ormai desueta e chi ha pensato il francobollo avrebbe potuto trovare di meglio per illustrare il nostro cammino evolutivo.


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