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13/01/10

Neandertal moderno e raffinato

Per blog
 
Che l’aspetto dell’uomo di Neandertal non fosse quello descritto da Marcellin Boule, sulla base dello studio da lui effettuato dello scheletro rinvenuto a La Chapelle-aux-Saints in Francia nel 1908, lo aveva dimostrato già negli anni Trenta dell’altro secolo Sergio Sergi. Boule, che non era un antropologo e che quindi poco conosceva l’anatomia umana, si era lasciato andare ad una descrizione fallace, quanto fantasiosa e lontana dal procedimento scientifico: «Colpisce inoltre per il suo aspetto bestiale o, per meglio dire, per la combinazione di caratteristiche scimmiesche. […] La colonna vertebrale e le ossa degli arti inferiori presentano molte caratteristiche pitecoidi e denotano un’attitudine bipede o verticale meno perfetta di quella dell’uomo attuale. […] L’utilizzazione di un piccolo numero di materie prime, la semplicità dei suoi utensili litici, la possibile assenza di ogni traccia di interessi di ordine estetico o morale si accordano bene con l’aspetto brutale di questo corpo vigoroso e pesante, di questa testa ossuta con la mascella robusta, e si afferma la predominanza delle funzioni puramente vegetative o bestiali sulle funzioni cerebrali». Sulla base dei due crani rinvenuti nel 1929 e nel 1935 a Saccopastore, nei pressi di Ponte Tazio a Roma, Sergi ha invece dimostrato che la postura dell’uomo di Neandertal era identica alla nostra e che Boule aveva semplicemente studiato male il suo reperto. E la commissione internazionale di anatomisti che ha riesaminato il reperto di La Chapelle nel 1957 ha convalidando pienamente quanto sostenuto da Sergi. Nella relazione presentata infatti si legge che se l’uomo di Neandertal «potesse reincarnarsi ed entrasse nella metropolitana di New York - purché naturalmente si lavasse, si radesse e indossasse abiti moderni - non è detto che attrarrebbe molta più attenzione di certi suoi altri frequentatori» (confronta il capitolo “L’uomo di Neandertal” del nostro libro “Umani da sei milioni di anni”, Carocci, 2009).

Anche sul piano psicologico, intellettuale, morale, estetico e sociale i neandertaliani non erano affatto inferiori ai cugini “sapienti”. Esercitavano forse la pratica della sepoltura, si procacciavano il cibo mediante la caccia di gruppo e accudivano i malati. Nel sito archeologico di Shanidar in Iraq infatti è stato trovato uno scheletro, con le tracce dell’artrite e con mutilazioni e fratture subite in vita e a tal punto invalidanti, che solo la solidarietà del gruppo può aver consentito a quell’individuo di sopravvivere. Oltre a questi aspetti deve poi essere considerato l’elevato sviluppo raggiunto dalla loro tecnologia, che è stata alla base di una produzione litica di attrezzi e armi molto sofisticata, la cui efficienza era in alcuni casi superiore a quella dei primi rappresentanti della nostra specie. E hanno conosciuto anche l’arte, come sembra svelare l’incisione di un mammut su un corno d’avorio (confronta i capitoli “L’uomo di Neandertal” e “La cultura” del nostro libro “Umani da sei milioni di anni”, Carocci, 2009).

Che la cultura neandertaliana fosse estremamente sofisticata è stato ulteriormente provato dalla recente scoperta di conchiglie perforate, per essere composte in collane o utilizzate come pendagli, e pigmenti minerali per colorare il corpo. Il rinvenimento è avvenuto in due siti archeologici nei pressi di Murcia in Spagna e il materiale riportato alla luce risale a 50.000 anni fa: molto prima cioè dell’incontro dei neandertaliani con noi uomini “sapienti”. L’importante risultato, opera del gruppo di ricerca guidato da João Zilhão, compare nell’ultimo numero di PNAS, sotto il titolo “Symbolic use of marine shells and mineral pigments by Iberian Neandertals”.

CATEGORIE: Scienza

05/10/09

Tim White e il posto dell'ardipiteco

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Tim White ricorda sul numero di “Science” del 2 ottobre 2009, dedicato all’Ardipithecus ramidus, che Charles Darwin e Thomas Huxley avevano elaborato le loro idee sull’evoluzione in generale, e sull’evoluzione dell’uomo in particolare, praticamente senza avere a disposizione un record fossile. All’epoca erano dosponibili solo pochi resti neandertaliani, e anche le scimmie antropomorfe erano poco conosciute. E l’evoluzione per selezione naturale dei nostri principali caratteri – quali il bipedismo e l’elevato sviluppo delle facoltà intellettive – era stata dedotta in gran parte per via speculativa. Oggi sappiamo che il nostro genere Homo risale a 2,5 milioni di anni fa. E ancora a quella data risalgono le prime testimonianze di industria litica, che dimostrano quanto siano antiche e profondamente radicate nella nostra storia naturale le capacità tecnologiche che possediamo.

Gli australopiteci, le cui prime testimonianze fossili sono state rinvenute in Sudafrica nel 1924, sono attualmente considerati i progenitori del genere Homo. E grazie ai molti fossili conosciuti, compresi lo scheletro quasi completo di “Lucy” e le orme fossili trovate a Laetoli in Tanzania (appartenenti all’Australopithecus afarensis), sappiamo che la loro storia è iniziata 4 milioni di anni fa. A lungo però la storia evolutiva umana che ha preceduto gli australopiteci non è stata conosciuta. Non si sapeva cioè nulla sulle forme che hanno collegato evolutivamente gli australopiteci – con il cervello piccolo, i canini piccoli e l’andatura bipede – all’antenato comune che condividiamo con gli scimpanzé e che risale a 6 milioni di anni fa.

L’Ardipithecus ramidus, vissuto 4,4 milioni di anni fa nell’Afar etiopico, colma in parte questa lacuna.

L’ardipiteco viveva in un ambiente boscoso, era più onnivoro degli scimpanzé e si muoveva tra gli alberi e al suolo per la ricerca del cibo. Sembra che consumasse solo una quantità ridotta di cibo raccolto al suolo. E ciò potrebbe costituire una testimonianza di come non sia stata la vita in savana ad aver spinto l’evoluzione umana verso il raggiungimento della stazione eretta e dell’andatura bipede.

A partire dal 1994 sono stati recuperati 110 reperti fossili, incluso uno scheletro femminile quasi completo. E questo individuo pesava circa 50 chili e raggiungeva una statura di circa un metro e venti. Il suo confronto con gli altri resti ha inoltre evidenziato che il dimorfismo sessuale era decisamente ridotto.

Il cervello dell’ardipiteco era piccolo come quello di uno scimpanzé; anche la faccia era piccola; come pure i premolari e i canini, ad indicare una scarsa aggressività sociale. L’anatomo-morfologia degli arti e del bacino poi rivela la sua capacità di spostarsi sugli alberi utilizzando i piedi e le palme, ma senza la possibilità di praticare la sospensione e l’arrampicamento verticale. E non si muoveva a terra come i moderni gorilla e scimpanzé, cioè grazie all’andatura sulle nocche. Sul terreno si spostava invece con un tipo di bipedismo molto più primitivo di quello proprio degli australopiteci.

Per White l’Ardipithecus ramidus suggerisce che l’ultimo antenato comune all’umanità e alle scimmie antropomorfe africane non era simile a uno scimpanzé; e che sia la nostra linea evolutiva che quella delle antropomorfe africane rappresentano linee altamente specializzate che si sono diversificate lungo percorsi evolutivi differenti. 

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03/10/09

Tutto sull'ardipiteco ramido

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Il numero di “Science” del 2 ottobre è stato dedicato alla descrizione dell’Ardipithecus ramidus, l’ominino riportato alla luce tra il 1992 e il 1995 da Tim White ad Aramis, in Etiopia, e datato a 4,4 milioni di anni fa.

Il reperto consisteva in uno scheletro femminile quasi completo, più molti frammenti appartenuti ad altri 35 individui. Un fatto che accade raramente in paleoantropologia. E ciò, unitamente all’età, lo ha fatto considerare da subito un rinvenimento eccezionale. L’interesse del reperto è poi aumentato ulteriormente quando White ha cominciato a fornire alcune indiscrezioni, decisamente frammentarie e “caute”, sulla struttura anatomica dell’ominino, che si presentava come un puzzle di caratteri arcaici e moderni. Le falangi delle dita della mano erano lunghe e curve come quelle delle scimmie antropomorfe: cioè adatte per una presa efficace sui rami degli alberi; la posizione del foro occipitale invece era avanzata sulla base cranica: cioè idonea alla postura eretta e all’andatura bipede.

Il tratto che ha reso dubbioso White per molti anni, tanto da convincerlo a non pubblicare alcuna memoria sull’ominino, riguardava la conformazione delle ossa del bacino, della gamba e del piede, che pareva suggerire non già un perfetto bipedismo, quanto piuttosto un’andatura barcollante.

Al momento della scoperta dell’Ardipithecus ramidus non si conosceva ancora l’Orrorin tugenensis: la prima forma sicuramente ominina rinvenuta nel 2000 in Kenya, che essendo vissuta 6 milioni di anni fa si collocava proprio alla separazione della nostra linea evolutiva da quella degli scimpanzé. E quel nostro antenato era perfettamente bipede.

A metà degli anni Novanta, White poteva considerare l’andatura dell’ardipiteco come il primo e imperfetto modello di bipedismo: all’inizio del nuovo millennio però le cose si sono complicate. E proprio in questa complicazione risiede tutta l’importanza degli studi ora pubblicati da “Science”.

 

CATEGORIE: Scienza

25/09/09

Umani da sei milioni di anni

Copertina per blog


E’ uscito il nostro nuovo libro pubblicato da Carocci editore.

CATEGORIE: Scienza

24/09/09

Dove sono nate le scimmie antropomorfe?

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Il sito algerino di Glib Zegdou ha restituito altri resti fossili di Algeripithecus e di Azibius. L’algeripiteco era già noto dal 1992, quando nel deserto algerino furono rinvenute le sue prime testimonianze fossili, che gli scienziati datarono a circa 50 milioni di anni fa. La morfologia di due molari aveva convinto i paleoprimatologi che l’algeripiteco rappresentasse la forma più antica di scimmia antropomorfa. E di conseguenza che l’origine delle antropomorfe dovesse essere collocata in Africa.

I nuovi reperti invece hanno permesso di tracciare una diversa storia evolutiva. In particolare il rinvenimento di mandibole quasi complete ha consentito di rilevare la presenza del carattere “toothcomb”, cioè del “pettine dentale” che è formato dall’unione degli incisivi e dei canini: un tratto che si riscontra nelle scimmie strepsirine (cioè i lemuri, i loris e tutte le altre forme che un tempo si chiamavano “proscimmie”).

L’esame dei fossili ha permesso anche di dedurre che si fosse in presenza di primati abituati alla vita notturna.

Sembra quindi che in Africa si debba collocare l’origine delle scimmie strepsirine: almeno così ci suggeriscono i fossili algerini. Mentre non abbiamo evidenze nuove che possano escludere l’origine asiatica delle scimmie antropomorfe, come diversi ricercatori suggeriscono.

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09/09/09

Nuovi indizi sul patrimonio genetico degli Europei

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CATEGORIE: Scienza

26/08/09

L’origine della pirotecnologia

Blog agosto I primi rappresentanti della nostra specie iniziarono ad utilizzare la pirotecnologia, ossia l’uso controllato del fuoco e le tecniche di cottura, per produrre utensili circa 75.000 anni fa, e forse già a  partire da 165.000 anni fa, ossia almeno 30.000 anni prima di quanto si fosse ritenuto fino ad ora. E’ ciò che è stato riportato in uno studio pubblicato sulla rivista Science il 14 agosto. La scoperta è stata effettuata nelle caverne rocciose di Pinnacle Point lungo le coste del Sud Africa da un team internazionale di ricercatori ed indica chiaramente che i sapiens avevano comportamenti estremamente sofisticati fin dai loro primi albori e molto tempo prima di giungere in Europa circa 35.000 anni fa. I primi rappresentanti della nostra specie sembrano essere stati esperti nel gestire accuratamente e intenzionalmente i focolai per riscaldare la pietra, cambiando così le sue proprietà e renderla facilmente lavorabile. Un comportamento questo decisamente più complesso di quello dei neandertal, con i quali hanno convissuto nell’Eurasia occidentale per oltre 12.000 anni. I nostri padri, insomma, avevano fatto molte più scoperte rispetto ai loro cugini neandertaliani e avevano raggiunto una complessità cognitiva sconosciuta ai loro predecessori. E forse proprio per questo sono arrivati in breve a sostituirsi ad essi. Infatti, il controllo del fuoco ha rappresentato senza dubbio per la nuova umanità tropicale un vantaggio cruciale per poter penetrare le fredde lande dei neandertaliani ed espandersi in breve nell’Eurasia coperta dai ghiacci.

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23/07/09

Anche gli scimpanzé contraggono l’AIDS

Blog Per lungo tempo si è ritenuto che gli scimpanzé non fossero suscettibili alla malattia, nonostante il virus dell’AIDS, l’HIV-1, fosse stato introdotto nella nostra specie proprio attraverso questo nostro parente stretto, ma un nuovo studio pubblicato sul numero di oggi di Nature ha dimostrato il contrario. Gli scimpanzé infettati con il virus SIV, il precursore dell’HIV-1 umano, contraggono l’AIDS e ne muoiono. Analizzando campioni di feci di scimpanzé di tre comunità naturali che vivono nel Gombe National Park in Tanzania i ricercatori delle Università dell’Alabama e del Minnesota che hanno condotto lo studio hanno identificato gli esemplari con il virus ed hanno evidenziato che gli scimpanzé infettati morivano molto più frequentemente di quelli non infettati e che anche il tasso di fertilità era compromesso: un numero significativamente più basso di femmine con SIV davano alla luce un piccolo ed i nati da madre infetta non riuscivano a sopravvivere per più di un anno. Si è visto anche che il virus viene trasmesso sessualmente e con l’allattamento

Inoltre, l’esame di campioni di tessuto di scimpanzé morti ha chiaramente mostrato che gli esemplari infettati con SIV mostravano una considerevole perdita delle cellule T CD4+ (che sono fondamentali per l’immunità); ciò rende le vittime suscettibili a molte altre malattie, proprio come avviene nell’AIDS anche se il SIV non è così patogenetico come l’HIV1. Una possibile spiegazione di questa differenza potrebbe essere il più lungo tempo di coevoluzione tra virus SIV e scimpanzé, circa 500 anni, rispetto ai 100 anni tra l’HIV1 e l’uomo. Più tempo implica che l’ospite (lo scimpanzé) ha avuto più opportunità di evolvere dei meccanismi che potessero far fronte all’indesiderato invasore.

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03/07/09

A pesca di fossili umani

Le gelide acque del Mare del Nord nascondono i resti dei nostri cugini neandertaliani. E’ ciò che hanno scoperto alcuni ricercatori di Leiden scandagliando il fondale marino a 15 chilometri dalla costa olandese. Si tratta del primo ritrovamento di un fossile umano che si è conservato per decine di migliaia di anni sotto il mare: un frammento della parte frontale sopraorbitale di un cranio di un giovane adulto di sesso maschile appartenuto, secondo Jean-Jacques Hublin dell’Istituto Max Planck in Germania, a questo nostro parente ormai estinto.

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Il frammento è stato rinvenuto insieme a numerose altre ossa di animali e utensili, quali asce di pietra. L’analisi isotopica condotta sul collagene estratto dal tessuto osseo ha consentito di stabilire che la sua dieta era stata esclusivamente carnivora. Ciò che non si è potuto invece fare è confermare la sua età (che secondo la stimata archeologica dovrebbe risalire a circa 60.000 anni fa) attraverso il metodo del radiocarbonio in quanto la percentuale di collagene recuperato era troppo scarsa per procedere con la datazione.

Christopher Stringer, del Museo di Storia Naturale di Londra, che ha partecipato alla ricerca è convinto che il fondale del Mare del Nord nasconda un vero e proprio tesoro del nostro passato e che “sarebbe meraviglioso possedere la tecnologia per portarlo alla luce”. E in effetti alcuni pescatori si stanno già attrezzano in tal senso per catturare fossili invece che pesci nelle loro reti.

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10/06/09

Ridiamo come le scimmie

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  Nonostante l’evoluzionismo darwiniano abbia privato il racconto creazionista dell’origine della vita di ogni validità scientifica, una parte consistente dell’umanità ha opposto e oppone non poche resistenze all’idea che tutto quello che siamo ci viene dall’evoluzione. Si rifiuta insomma di accettare che l’uomo ha la sola natura che l’evoluzione ha plasmato. E la radice di tutto quello che siamo si ritrova negli altri primati.

L’ultima prova che non ci sono “rubiconi” tra noi e le scimmie antropomorfe viene dal ridere. Proprio così. A lungo abbiamo ritenuto che le antropomorfe ridessero solo come riflesso di imitazione e non già come risposta involontaria a uno stimolo. E lo stimolo in questione può essere il solletico. Ora però gli esperimenti di Marina Davila Ross, dell’università di Portsmouth in Inghilterra, hanno dimostrato il contrario. Alcuni piccoli di orango, di gorilla e di scimpanzé sono stati solleticati allo stesso modo di alcuni  nostri piccoli. E la risposta è stata sorprendente. Le antropomorfe soffrono il solletico come noi e se solleticate rispondono ridendo.

Quel comportamento che osserviamo nei nostri piccoli quando giochiamo con loro solleticandoli e che diverte sia noi che loro, come dimostra il fatto che non solo accettano di buon grado il solletico ma anzi lo richiedono per lasciarsi andare a sonore risate, lo abbiamo ricevuto in eredità condivisa con le antropomorfe dall’antenato comune. Un antenato che è vissuto circa 14 milioni di anni fa.

Dal momento che la risata è comparsa nel mondo assai prima della nostra nascita e che ogni specie ha una sua propria modalità sonora, la Ross è convinta che la risata si sia andata evolvendo e che le antropomorfe utilizzino quel suono per interagire tra loro. Esattamente come facciamo noi.

I risultati di questi studi sono certamente di straordinaria importanza per le ricerche future sulle emozioni: nostre e delle antropomorfe.

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