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darwinpunk di Olga Rickards & Gianfranco Biondi

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I denisoviani

Cava

L’articolo pubblicato il 23 dicembre su Nature ha confermato ciò che i dati molecolari avevano già messo in evidenza nel marzo di quest’anno: la presenza nel continente eurasiatico di un cespuglio numeroso di forme ominine durante il Pleistocene superiore. Insomma, un albero evolutivo dell’umanità più copioso di quello disegnato sulla base dei reperti fossili.

Infatti, il sequenziamento dell’intero genoma ottenuto dal materiale genetico estratto dalla falange di un antico ominino rinvenuta nella grotta Denisova in Siberia meridionale e datata 50.000-30.000 anni fa ha integrato e ampliato il quadro inferito dal DNA mitocondrale. Questo nostro parente arcaico, che oggi sappiamo essere di sesso femminile, faceva parte di un gruppo che ha condiviso con i Neandertaliani un antenato comune ma che ha poi sviluppato una storia evolutiva distinta sia dalla loro che da quella della nostra specie. I denisoviani – così Svante Pääbo il leader del gruppo di ricerca che ha condotto le analisi ha deciso di chiamare la popolazione del nuovo ominino per evitare le polemiche e le controversie che avrebbe suscitato la designazione tassonomica linneana di una nuova specie o sottospecie, diatriba possibilmente ancora più accesa perché per la prima volta si sarebbe avuto un olotipo molecolare e non fossile – potrebbero aver avuto un areale di distribuzione molto vasto in Asia nel periodo tardo pleistocenico. Alcuni fossili rinvenuti in Cina ad esempio non presentano caratteristiche anatomo-morfologiche simili a quelle di altri rappresentanti del genere Homo che vivevano in quelle zone e in quel periodo, come il cranio di Dali della Cina centrale risalente a 200.000 anni fa.  E un molare scoperto nella stessa cava dove è venuta alla luce la falange e che ha mostrato un profilo mitocondriale identico presenta una morfologia non collegabile a quella neandertaliana. Ci sarebbero state pertanto due forme distinte: quella tipica dell’area occidentale caratterizzata da tratti neandertaliani e un’altra distribuita ad oriente alla quale appartengono i resti di Denisova.

Ma il risultato forse più interessante è che il confronto del genoma dei denisoviani con quelli di Neandertal e di individui della nostra specie provenienti da diverse parti del mondo indica chiaramente che circa il 4-6% del loro materiale genetico è passato nei geni delle attuali popolazioni melanesiane che vivono nella Nuova Guinea e in alcune isole del Pacifico. Ciò suggerirebbe che una volta avvenuta la divergenza degli antenati dei papua attuali dalle altre popolazioni di uomini moderni durante la loro migrazione verso est essi si sarebbero mescolati con i denisoviani come i dati genetici indicano, ma al momento non è chiaro quando, dove e in che misura la commistione sarebbe avvenuta.

Commenti

Gent.mi Prof.ri Biondi e Rickards, come ho scritto in un altro commento, ho incontrato da poco il vostro sito, gironzolando su internet alla ricerca di notizie sull’evoluzione umana, dopo un periodo di oltre un anno in cui non ho seguito molto l’argomento, che mi appassiona sin dall’epoca delle elementari, negli anni 60. Mi sembra di capire, da quanto ho letto in italiano (il mio inglese è purtroppo insufficiente), che nell’articolo su Nature gli autori pongono i dati derivanti dal sequenziamento del genoma a conferma di quanto descritto nel marzo 2010 in relazione al DNA mitocondriale. Mi sembra tuttavia che vi sia una sostanziale differenza, difficile da spiegare: in base al DNA mitocondriale risultava una variazione rispetto agli uomini moderni quasi doppia rispetto a quella media tra Sapiens e Neanderthal. Sembrerebbe evidente un albero in cui si ha prima la diramazione denisoviana (circa 1.000.000 di anni fa) e poi la differenziazione Sapiens – Neanderthal. Nel secondo articolo invece si parla di una vicinanza tra neanderthaliani e denisoviani, con una differenziazione avvenuta circa 350.000 anni fa. Se i risultati delle due ricerche fossero confermati, l’unica spiegazione che mi viene in mente è quella di un importante incrocio tra gli Heidelbergensis che si espansero in Asia e le forme “Erectus” che la popolavano, in cui il DNA mitocondriale deriverebbe in linea femminile dalle forme preesistenti (e quindi differenziatesi dal nostro ramo circa un milione di anni fa, di qui le virgolette per il termine Erectus, che comunque penso che potrebbe in futuro essere oggetto di nuove impostazioni nel rapporto tra i fossili di Giava e quelli di Pechino), pur in presenza di una componente nel genoma molto maggiore da parte della popolazione pre-neanderthaliana giunta in Asia. Si tratta di una ipotesi alquanto fantasiosa ma mi sembra che una contraddizione tra i dati ci sia. Resta il fascino di una scoperta straordinaria, per l’epoca recente in cui sembra essere vissuta un’altra sottospecie umana e per la presenza di una piccola percentuale del loro patrimonio genetico nelle popolazioni melanesiane! Prende forma sempre di più un panorama straordinario di incontri tra popolazioni umane che si sono a più riprese mescolate, sia pure in modo presumibilmente limitato. E’ un peccato che non sia stato finora possibile sequenziare il DNA dei fossili di Solo (Giava), cosa che non so se sia stata tentata. Come sembra sia per Flores (da quanto mi è parso di comprendere), suppongo che le condizioni climatiche potrebbero averlo reso impossibile. Forse, essendo un profano, mi sono spinto un po’ in là nelle considerazioni ma considerate quanto difficile sia per me poter parlare di questi argomenti, e vi ringrazio per l’opportunità.
Caro appassionato dell’antropologia al momento non si può dire altro di quanto abbiamo riportato. Bisogna aspettare altri dati per poter verificare ulteriori ipotesi.